Uniamo l’Italia

In tutte le nazioni esistono divari regionali di sviluppo, ma quello tra il Nord e il Sud d’Italia rappresenta un caso “speciale” di divario economico. In Italia, a differenza di altre nazioni, il reddito medio decresce secondo l’asse principale della penisola, quello nord-sud. Le regioni meno sviluppate – le otto del Mezzogiorno – costituiscono una parte molto grande del paese, sono infatti il 40% della sua superficie territoriale e quasi il 35% della popolazione. Con i suoi 20 milioni di abitanti, il Mezzogiorno ha oggi una popolazione doppia di quella della Grecia, comparabile a quelle di Danimarca, Norvegia e Svezia messe assieme.

Oltre a essere ampio, il divario di sviluppo tra il Mezzogiorno e il resto d’Italia è, poi, persistente, infatti, rappresenta una costante del percorso di sviluppo economico italiano. Prima del 1861, le regioni del Mezzogiorno hanno avuto una storia istituzionale diversa da quella del Centro-Nord, per questo motivo, si è spesso ritenuto che le origini del ritardo meridionale vadano ricercate nella storia precedente l’unificazione nazionale. Diverse erano le storie degli Stati preunitari, per livelli d’istruzione e per strutture sociali e istituzionali, una diversità grande esisteva tra le regioni di quello che era stato il Regno delle Due Sicilie e il resto del paese. Anche l’Italia centrosettentrionale non era omogenea, sia al Nord, che al Sud c’erano regioni più prospere e altre più povere. La disparità nei redditi tra il meridione e il Centro-Nord era molta modesta, se non del tutto inesistente, ma dall’Unità cominciò ad aumentare fino alla fine dell’Ottocento, quando nel Nord-Ovest si avviò l’industrializzazione.

Perché il Mezzogiorno non è sviluppato come il Nord?

Se si guarda agli indicatori economici, la risposta appare, tutto sommato, semplice. Il ritardo economico del Mezzogiorno dipende essenzialmente dal fatto che si è industrializzato in ritardo, e con minore intensità, rispetto al resto d’Italia. Questo ritardo ha avuto effetti economici, ma anche conseguenze sociali e politiche.

Dalla fine dell’Ottocento, è iniziato un incessante dibattito riguardante il divario tra il Mezzogiorno e il Centro-Nord, attribuito a scelte politiche, alle caratteristiche della società meridionale e a tratti culturali, antropologici se non genetici dei meridionali stessi. In questo dibattito, le spiegazioni politiche e sociali hanno prevalso sui fattori economici. Non c’è dubbio che anche cause politiche e sociali concorrano a determinare lo sviluppo delle regioni o delle nazioni; ma le traiettorie dello sviluppo regionale dipendono, innanzitutto, dall’azione di forze economiche che, rendendo più conveniente la localizzazione delle imprese in alcune aree rispetto ad altre, danno origine a una geografia economica disuguale.

La situazione oggi

Non si tratta solo di diversità negli schieramenti politici o di differenti tassi di crescita economica, la gravità della spaccatura tra le differenti aree del Paese è emersa anche dall’ultimo rapporto sul benessere equo e sostenibile (Bes), elaborato e presentato dall’Istat. Il rapporto fotografa il benessere dei cittadini attraverso 130 indicatori che mostrano come Nord, Centro e Sud siano mondi assai diversi.

La situazione oggi
La situazione oggi

Il quadro offerto dal rapporto Istat racconta dunque un’Italia tutt’altro che omogenea e unitaria. La spaccatura dello stivale secondo una logica Nord-Sud risulta particolarmente evidente nelle dimensioni del benessere. Le disuguaglianze partono già dalla nascita con una diversa speranza di vita fra i nati al Nord e al Sud e si protraggono lungo tutto l’arco della vita, culminando con l’accesso al mondo del lavoro in cui si registrano le maggiori disparità.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Di Rosetta